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Alcune domande che
mi sono state poste per la rivista Laboratori dell'immagine durante il
workshop "Storie di città" Marzo - 5 Aprile 2002 Centro
della Creatività, Palazzo Ducale, Genova.
Rilievi di margine, esplorazioni di confine, esercizi di esplorazione,
parole, workshop, ecc. rappresentano il tentativo di studiare ed intervenire
con modalità differenti, spesso al confine, su quegli spazi che
vengono comunemente affrontati in architettura. Ritieni che questa venga
privata di spazi su cui intervenire?Credo
che molte di queste modalità d'intervento differenti sullo spazio
viaggino spesso su un terreno borderline, al confine, cioè, tra
differenti discipline che condividono interessi comuni. Tra queste, recentemente,
architettura ed arte sono protagoniste di una frequente pratica allo sconfinamento.
Ciò tuttavia non significa che la progettazione architettonica
venga privata di spazi su cui intervenire, semmai viene semplicemente
affiancata da un altro tipo di approccio allo spazio che possiede interessi
comuni, ma modalità proprie ed obiettivi specifici, sebbene mutuati
da altri ambiti disciplinari.
Credo più verosimilmente che questi differenti approcci muovano
dall'onesta e responsabile presa di coscienza del gap operativo in cui
si trova la disciplina nei confronti della gestione dello spazio e, contemporaneamente,
dalle nuove esigenze che grida lo stesso spazio abitato.
Approcci che cercano, quindi, nuove soluzioni operative utilizzando strumenti
e metodi propri di altre espressioni artistiche per natura più
avvezze a captare anche le più impalpabili trasformazioni socioculturali
del vivere quotidiano.
Con un certo spirito autoreferenziale mi è naturale riferirmi all'
esperienza e alla ricerca personali. Queste, insieme a quelle svolte con
ACTIEGROEP, si svolgono, infatti, in uno spazio di confine tra architettura
ed arte ( e non solo ) indagando il territorio urbano, tentando lo spazio
e modificandolo, con strumenti e metodi sempre nuovi e diversi in base
alle esigenze che richiede lo spazio stesso.
La performance, l'happening, l'installazione, l'allestimento di scenografie
effimere, progetti della memoria, progetti sulla conoscenza, diventano
quindi strumenti di lettura ed al tempo stesso momenti di riappropriazione
dei luoghi.Creare spazi senza
necessariamente costruirli, almeno non secondo la dimensione permanente
propria della progettazione architettonica vera e propria, ma in una più
transitoria, tramite l'allestimento di una vera e propria scenografia
effimera nello spazio che mostra un altro mondo possibile.
E' chiaro quindi che non si parli più di progettazione architettonica
in senso stretto, se non quando con questa si intenda in generale il progetto
dello spazio e dello spazio abitato, né, d'altronde, risulta semplice
ed immediata una definizione con cui etichettare questi approcci che abbiamo
definito "altri".
Personalmente non ne avverto neppure l'esigenza quando credo sia, invece,
doveroso riconoscerne la novità e la profondità in seno
ai cambiamenti delle istanze
contemporanee di cui questo nuovo sentire si fa felice interprete.
Dopo il G8 di Genova
ed il crollo della Twin Towers pare che molti artisti contemporanei privilegino
l'effimero come modalità di espressione.
Pensi che questo voglia rappresentare contraddizioni sociali o disagi
civili?Sono
completamente d'accordo su quell'atteggiamento che riscontra all'interno
del fare arte contemporanea la tendenza a privilegiare un tipo di espressività
che vive in una dimensione effimera piuttosto che permanente, ma non credo
che questa voglia rappresentare contraddizioni sociali o disagi civili.
E' chiaro che gli ultimi tragici avvenimenti, a cui si fa riferimento
nei contenuti del quesito, non abbiano fatto altro che enfatizzare quest'atteggiamento
contemporaneo che privilegia la dimensione effimera e non permanente,
ma ciò avviene perpetuando ciò che la nostra cultura ha
già precedentemente iniziato a produrre. Personalmente ritengo
che questo tipo di esperienze artistiche siano, molto più semplicemente,
l'interpretazione e l'espressione fedele della cultura e della società
che le ha prodotte.
Una cultura che non è più quella del permanente, ma dell'effimero,
che non produce più un concetto di spazio localizzato e gerarchicamente
definito o strutture e materiali che inneggino alla lunga durata, né
propone valori e sistemi di questo tipo. Sembra invece che la mentalità
di una società di consumatori abbia ormai preso il sopravvento.
Lo spazio della comunicazione, dell; interazione sociale, gli spazi dell'attraversamento,
i meccanismi di approccio allo spazio, risentano di questa mentalità
"usa e getta" in cui la fruizione è limitata all'immediato
ed istantaneo. In questo senso credo che possano risultare di più
sicuro ed efficace effetto quegli interventi sullo spazio che si svolgono
tramite modalità espressive effimere come l'happening, la performance,
scenografie urbane temporanee. E' mia convinzione personale, accompagnata
da esperienze svolte in tal senso, che l'effimero come progetto urbano
sia, oltre che naturale espressione della contemporaneità, una
soluzione possibile per rispondere alle nuove esigenze che grida lo spazio
pubblico.
Credo nell'arte pubblica che si svolge in questo senso e che non mira
alla proposizione del prodotto d'arte, finito ed incorniciato e duraturo
nel tempo, ma che si svolge come evento nel tempo, e che rende il fruitore
partecipe in prima persona della modificazione dello spazio o, più
semplicemente, gli consente di conoscere tale spazio ed avvicinarlo in
modo "altro" attraverso nuove letture e nuove proposte.
Non ripongo i miei entusiasmi, quindi, su un tipo di arte permanente come
quella dell'"Ago e filo" di Oldenburg a Milano, che, pur proponendo
l'iconografia del quotidiano insieme al fuori scala e il gigantismo come
nuovo approccio allo spazio, si riduce, tramite l'acquisizione del gesto
artistico da parte dell'istituzione e del potere politico ed economico,
ad una pure esercitazione stilistica mutuata da un modello commerciale
e consumistico, responsabile della cosiddetta "disneyficazione"
del quotidiano.
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